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DICHIARAZIONE UNIVERSALE
DEI DIRITTI UMANI

L’inizio del nuovo anno come occasione per una panoramica sui diritti violati di gay, lesbiche e transessuali.
Dove siamo arrivati?
Cinquant'anni di diritti (in)umani
per le donne lesbiche e gli uomini gay.

Il 10 dicembre 1998 si è celebrato il 50º anniversario della Dichiarazione Universale sui Diritti Umani delle Nazioni Unite.
Il 1998 segna anche i 20 anni dell’ILGA, l’Associazione Internazionale Gay e Lesbica, un’organizzazione internazionale che si batte per i diritti delle lesbiche e dei gay in ogni parte del mondo. Ma negli ultimi 50 anni ci sono state realmente dei progressi nel rispetto dei diritti umani? E quali progressi specifici per quanto riguarda i diritti di lesbiche e gay?
Quando la Dichiarazione Universale sui Diritti Umani fu abbozzata, il mondo si stava ancora riprendendo dal terribile shock dell’olocausto e dalle sofferenze inumane deliberatamente inflitte dal genere umano al genere umano.
Se c’é una singola parola che può riassumere la Dichiarazione Universale, questa è Auschwitz.
Auschwitz è stata la causa della Dichiarazione Universale, dichiarazione che aveva lo scopo di assicurare che il mondo non dovesse mai più rivivere un’altra Auschwitz.
Cinquanta anni dopo è difficile immaginare le differenti nazioni del mondo riunite anche solo per approvare quel documento, e non è falso affermare che nessuna di quelle nazioni è riuscita successivamente a soddisfare tutte le condizioni di quella dichiarazione solenne, e gli orrori di Auschwitz che doveva impedire si sono ripetuti e si ripetono nuovamente in parti del mondo come la ex-Iugoslavia ed il Ruanda.

L’Articolo 3 specifica come diritti fondamentali il diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della persona, diritti ancora negati alle persone omosessuali e transessuali in nazioni come l’Iran, l’Arabia Saudita e i paesi islamici in generale, negati ad esempio in Brasile, dove l’uccisione di persone omosessuali hanno raggiunto negli ultimi dieci anni una media di uno ogni tre giorni, negati anche in Messico, dove 125, tra gay, lesbiche e transessuali, sono stati assassinati negli ultimi due anni.

L’Articolo 7 assicura il diritto ad essere trattati equamente davanti alla legge senza nessuna discriminazione, ma nessuna nazione al mondo tratta ancora i suoi cittadini e cittadine gay, lesbiche e transessuali con assoluta uguaglianza rispetto ai membri eterosessuali di tale nazione. In soltanto 85 paesi su 210 (40%) l’omosessualità è legale, e 42 di questi paesi sono tra i 50 che compongono l’Europa. La pena di morte esiste ancora in 6 paesi e pene particolarmente severe sono previste in altri 87.

Il diritto al matrimonio e a formare una famiglia è garantito dall’Articolo 16, ma solo una nazione al mondo, l’Olanda, sta provando a rendere legale il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La Danimarca è stato il primo paese al mondo a prevedere, nove anni fa, la registrazione ufficiale delle coppie di fatto tra persone dello stesso sesso, seguita negli anni successivi dalla Norvegia, dalla Svezia, dalla Finlandia, dall’Olanda e dall’Islanda.

Il diritto alla comunicazione e allo scambio di idee a prescindere dalle frontiere è previsto dall’Articolo 19. Ancora oggi Singapore, la Cina, Taiwan e gran parte dei paesi arabi proibiscono la letteratura gay e lesbica, e Singapore include nel divieto anche i siti su Internet.

Manifestazioni culturali, festival ed eventi di questo tipo, come le attività culturali che coronano il Mardi Gras di Sydney o i GayPride che si svolgono in varie città del mondo, sono protetti dall’Articolo 27, che menziona il diritto a partecipare alla vita culturale della comunità. Ancora oggi pero rappresentazioni della cultura omosessuale sono vietate in oltre la metà delle nazioni, e dove la cultura omosessuale riesce a trovare uno spazio e una visibilità, e per lo più grazie a spazi che si creano gli/le omosessuali stessi/e.

Così cosa abbiamo ottenuto negli ultimi cinquanta anni? Per i primi 30 poco o niente: c’é stato Stonewall in America, gli scontri del Mardi Gras a Sydney e Clause 28 in Gran Bretagna che hanno radunato lesbiche e gay attorno a qualcosa, ma soltanto negli ultimi vent’anni abbiamo iniziato a vedere dei progressi visibili.
Proprio 20 anni fa l’omosessualità ha cessato di essere considerata una malattia dall’Organizzazione Mondiale della sanità (rendendoci sani perversi invece di malati...). 9 anni fa la Danimarca ha riconosciuto ufficialmente per la prima volta le coppie formate da persone dello stesso sesso. 6 anni fa l’ILGA è stata riconosciuta formalmente dalle Nazioni Unite per vedere pero stracciato velocemente quel riconoscimento.
5 anni fa Amnesty International ha finalmente riconosciuto che le donne e gli uomini imprigionati sulla base del loro orientamento o della loro identità sessuale sono anche prigionieri di coscienza, sebbene anche soltanto un anno fa si siano rifiutati di specificarlo chiaramente nel loro mandato.
Appena 3 anni fa il Sud Africa è diventato la prima nazione al mondo a prevedere una protezione anti-discriminatoria per le persone omosessuali nella sua costituzione, seguito dall’Ecuador nel 1998.
Ma durante il 1998 si è a conoscenza di almeno 200 persone che sono stati uccise a causa del loro orientamento o della loro identità sessuale, e almeno altre 250 sono state arrestate, anche se le cifre reali sono enormemente superiori.
Durante quest’ultimo anno siamo stati anche testimoni del riconoscimento dell’ILGA da parte del Consiglio d’Europa, abbiamo assistito alla decriminalizzazione dell’omosessualità nel Kirgikistan, la nona repubblica dell’ex-Unione Sovietica a farlo, in Canada è stato incluso l’orientamento sessuale nella legge nazionale sui diritti umani, ed in Zimbabwe l’Arcivescovo Desmond Tutu ha fatto un appello, durante il vertice del Consiglio Mondiale delle Chiese del dicembre scorso, per un approccio positivo verso l’omosessualità.
Mentre in America si continua a pensare che “universale” significa chiunque eccetto loro, le persone omosessuali e transessuali sono protette dalla legge soltanto in pochissime nazioni e rimangono mendicanti al tavolo delle Nazioni Unite per vedere i propri diritti menzionati, tanto meno riconosciuti. E nonostante ci sia il triangolo rosa a ricordarcelo e a ricordarlo, un simbolo che abbiamo reclamato come nostro, nel 1998 il vaticano si è rifiutato ancora di ammettere che ci fossero lesbiche e gay ad Auschwitz.

(Fonte: Jennifer Wilson, segretaria generale dell’ILGA e direttrice del comitato amministrativo del “Sydney Gay & Lesbian Mardi Gras”)
Adattamento di Luca Balboni


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