MQ

Le parole per dirlo...
Storia di undici termini relativi all’omosessualità

di Giovanni Dall'Orto

tratto da Sodoma n. 3, 1986 con il permesso dell’autore e della rivista

BIBLIOGRAFIA

ARBASINO ALBERTO, Anonimo lombardo, Einaudi, Torino 1973.

BALLONE EDOARDO, Uguali e diversi, Mazzotta, Milano 1978.

BATTAGLIA SALVATORE (a cura di: Grande dizionario della lingua italiana, Utet, Torino 1961-.... (lettere A-S)

BELLEZZA DARIO, Lettere da Sodoma, Garzanti, Milano 1973.

BLOCH IWAN, La vita sessuale dei nostri tempi, Bocca, Torino 1910

BONGI SALVATORE, Ingiurie, improperii e contumelie. Saggio di lingua parlata del Trecento, “I1 propugnatore”, III 1890 (n.s.), pp. 75-134.

CHIAPPINI FILIPPO, Vocabolario romanesco, Leonardo da Vinci, Roma 1945.

CONSOLI LUCIANO MASSIMO, Viva l'Italia, “OMPO”, V 1979, n. 51, pp. 2-6.

CORTELAZZO MANLIO e ZOLLI PAOLO, Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bologna 1979.

DALL'ORTO GIOVANNI, II concetto di “degenerazione” nel pensiero borghese dell'Ottocento, “Sodoma”, II 1985, n. 2, pp. 59-74-.

DE BLASIO ABELE, Usi e costumi dei camorristi, Pierro, Napoli 1897.

DE MAURO TULLIO, “Lessico dell’omosessualità”. In: RICCARDO REIM e ANTONIO VENEZIANI (a cura di), Pratiche innominabili, Mazzotta, Milano 1979, pp. 98-112.

DEL CERRO EMILIO, Roma che ride, Roux e Viarengo, Torino 1904.

ESTIENNE HENRI, Apologie pour Hérodote (1566), Lisieux, Paris 1879.

FANFANI PIETRO, Vocabolario dell’uso toscano, Barbera, Firenze 1863.

FÉRAY JEAN-CLAUDE, Une histoire critique du mot “homosexualité”, "Arcadie", nn. 325 pp. 11-21; 326 pp. 115-124; 327 pp. 171-181; 328 pp. 246-258, Janvier-Avril 1981.

FÉRAY JEAN-CLAUDE e HERZER MANFRED, Kertbeny, une énigmatique "mosaïque d'incongruités", "Études finno-ougriennes", anno XXII, pp. 215-239.

FÉRAY JEAN-CLAUDE e HERZER MANFRED, Une légende et une énigme concernant Karl Maria Kertbeny, in: Actes du colloque international, Sorbonne, 1er et 2 décembre 1989, vol. 1, Cahiers Gai-Kitsch-Camp, Lille 1989 (ma 1991), pp. 22-30.

FORTI GIOVANNI, II maschilismo omosessuale, “Ombre rosse”, n. 18/19, gennaio 1977, pp. 123-128.

FRANCO MATTEO in: MATTEO FRANCO e LUIGI PULCI, II libro dei sonetti, Società Dante Ali-ghieri, Roma 1933.

FRANCO NICOLÒ, Rime contro Pietro Aretino, Carabba, Lanciano 1916.

HERZER MANFRED, Kertbeny and the nameless love, “Journal of homosexuality” XII 1985, fascicolo 1, pp. 1-26.

JOHANSSON WARREN 1981, The etymology of word “faggot”, “Gay books bulletin”, n. 6 (Fall 1981), pp. 16-18 e 33.

JOHANSSON WARREN 1984, Whosoever shall say to his brother, “racha”, “The cabirion and gay books bulletin”, n. 10 (winter-spring 1984), pp. 2-4.

KENNEDY HUBERT, The “third sex” theory of Karl Heinrich Ulrichs, “Journal of homo-sexuality”, VI 1980-81 (fall-winter), pp. 103-111.

KENNEDY HUBERT, Ulrichs: the life and works of Karl Heinrich Ulrichs, pioneer of the modern gay movement, Alyson, Boston 1988.

KURELLA HANS, Osservazioni sul significato biologico della bisessualità, “Archivio di psichia-tria, scienze penali, ecc.”, XVII 1896, pp. 418-425.

LANZA ANTONIO (a cura di), Lirici toscani del Quattrocento, Bulzoni, Roma 1973, 2 voll.

MARINO GIOVAN BATTISTA (attribuita a), Persuasiva efficace a coloro che schifano la delica-tezza del tondo. Foglio volante, s.i.t., circa 1650, (Parigi, Bibliothèque nationale, Enfer).

MARTI MARIO, Poeti giocosi del tempo di Dante, Rizzoli, Milano 1959.

MASSIMO PACIFICO (detto anche Pacifico d'Ascoli o Pacifico Massimi), Hecathelegion (1489). Edizione citata: Hecathelegium ou les 100 élégies satiriques et gaillardes, Li-seux, Paris 1885.

MIRABELLA EMANUELE, Mala vita, Perrella, Napoli 1910.

MONTAIGLON, ANATOLE de, e RAYNAUD GASTON (a cura di), Recueil général et complet des fabliaux des XIII et XIV siècles, Franklin, New York s.d. (reprint fotostatico dell'edizione Paris 1872),

MORSELLI ENRICO, Manuale di semejotica delle malattie mentali, Vallardi, Milano 1894, vol. II.

PARINI GIUSEPPE, Tutte le opere, Barbera, Firenze 1925.

PELLEGRINI GIOVANBATTISTA, Gli arabismi nelle lingue neolatine, Paideia, Brescia 1972.

RASSEGNA = Aldo Mieli: Recensioni. “Rassegna di studi sessuali”, II 1922.

RODRIGUEZ CASTELO, HERNAN, Lexico sexual ecuadoriano y latinoamericano, Libri mundi, Quito 1979.

SETTE SALMI: Dante Alighieri (apocrifo), I sette salmi penitenziali, Tipografia Silvestri, Milano 1851.

TAMASSIA ARRIGO, Sull'inversione dell'istinto sessuale, “Rivista sperimentale di freniatria e medicina legale”, IV 1878, pp. 97-117.

Le parole per dirlo...
Storia di undici termini relativi all’omosessualità

Nomen atque omen, “il nome è anche un presagio”, dicevano i latini con Plauto, e mai motto è stato più adatto di questo alla condizione degli omosessuali.
Da secoli alla stigmatizzazione del comportamento omosessuale si accompagna, logica conseguenza di un giudizio sociale negativo, il fiorire di termini ironici e spregiativi per connotare i “diversi”. Da secoli milioni di persone vivono nel terrore di essere indicate con quei nomi il cui omen è alquanto infausto.
Studiare la terminologia sulla e dell’omosessualità ha quindi un senso pre-ciso: ricostruire, attraverso le parole e la loro evoluzione, il parallelo evolversi dei modi di giudicare e considerare il comportamento omosessuale. Tutto evolve, si sa, e spesso risalire all'etimologia, all’origine di una parola aiuta a riconoscere profondi cambiamenti là dove saremmo portati a credere che da sempre nulla sia cambiato; oppure aiuta a scoprire le radici di certi astii, di certe incomprensioni.
A titolo di esempio vorrei qui proporre la storia d'una decina di parole italiane fra le più significative. Ripercorrere la loro evoluzione ci servirà indubbiamente a conoscere meglio la nostra storia. Sono infatti convinto del fatto che nella nostra analisi del passato non dobbiamo fare eccessivo conto sui documenti “ufficiali” (processi, trattati di teologia, leggi, manuali), perché quasi sempre tendono a dare l'immagine di ciò che la società avrebbe voluto essere, e non di ciò che era. Perciò anche l'analisi dei documenti “marginali”, che non hanno mai avuto l'intenzione di fornire ai “posteri” una verità ufficiale (come le canzoni, le barzellette, la pornografia, ed anche la logica intrinseca al lin-guaggio “non educato” o addirittura scurrile) può e deve fornirci indicazioni su quel che la gente pensava in passato, e pensa oggi.
È solo un inizio: “le parole per dirlo” sono mai mancate...

BARDASSA o BARDASCIA

Termine comunissimo nei documenti antichi fino all'Ottocento, ma oggi non più usato. Deriva dall'arabo bardag, “giovane schiavo”, che a sua volta deriva dal persiano hardah, “schiavo”. II significato “ufficiale” in italiano è oggi quello di “monello”, “ragazzo scapestrato”, che ha riscontro anche in parecchi dialetti, ed ha un parallelo nel siciliano GARRUSU (vedi).
Più raramente è usato anche per indicare una prostituta.
Nell'italiano antico invece definiva normalmente l'omosessuale che si lascia penetrare analmente o, qualche volta, un prostituto. Particolare curioso: veniva usato al genere femminile (una bardassa = un sodomita passivo).
L'identificazione della “persona priva di potere” (prima lo schiavo, e poi soprattutto il giovane) con il “passivo”, era comune e facilmente comprensibile nella società antica, in cui il comportamento omosessuale era rigidamente ruolizzato a seconda dell’età e della posizione sociale dei partner. Analogo parallelo fra “giovinetto” e “sodomita passivo” era probabilmente contenuto in origine nel siciliano GARRUSU/ARRUSU (vedi).
II riscontro più sorprendente lo troviamo pero nell'italiano ragazzo derivante dall'arabo magrebino raqqas, “giovane messaggero”, “paggio”, che di recente è stato messo in relazione con l'evangelico raca (cfr. Matteo, V, 22), interpretato proprio come “sodo-mita passivo”, “rottinculo” (Johansson, 1984).
L'ampia diffusione passata di questo termine è testimoniata dall'esistenza di un corrispondente francese antico bardache (passato poi a indicare i travestiti sciamanici dell'America del Nord) e di uno spagnolo antico bardaje.
Alcuni esempi d'uso:

Queste bardasse isfondolati e ghiotti
vanno scopando il dì mille bordelli
e per mostrarci se son vaghi e belli
cercando van per chi dietro gli fotti.
(
Francesco Da Colle, seconda metà sec. XV, in: LANZA, vol. 2, pp. 639-640).0

Siena di quattro cose è piena:
di torri e di campane
di bardasse e di puttane
(Proverbio attestato nel 1566 in ESTIENNE, p. 41)

Aretin, se per quanto hai mostrato
sei mezzo pazzo e mezzo sei prudente, (...)
mezzo bardascia e mezzo buggiarone
dimmi, per Dio, com'è possibil questo?
(Matteo Franco, p. 47).

BUGGERONE o BUZZARONE o BUGGIARONE

Altro termine molto usato prima dell'Ottocento ma in disuso ai nostri giorni. Ne è rimasta una traccia solo nel verbo buggerare (che anticamente significava “sodomizzare”) che oggi vuol dire “ingannare”, esattamente per la stessa ragione per cui anche inculare viene ora usato per significare “ingannare”.
Deriva dal bu(l)garo (da cui anche il francese boulgre/bougre e l'inglese bugger) con accrescitivo - spregiativo in -one. Indicava l’opposto di BARDASCIA, ossia il sodomita attivo.
Lo slittamento di significato si spiega col fatto che la sètta eretica dei càtari o albigensi - che si diceva avesse avuto origine, appunto, in Bulgaria - venne accusata nel XIII secolo dalle autorità ecclesiastiche di darsi, fra altre scelleratezze, alla sodomia. Tanto martellante fu questa propaganda che il nome di bulgaro servì da allora per definire tanto gli eretici in genere che i sodomiti. Col passar del tempo, però, il primo significato andò perso, e rimase solo il secondo.
La figura dell'eretico e del sodomita sono state intenzionalmente confuse per ragioni di propaganda nel 1200-1300, e non è un caso che proprio a quest'epoca risalgano i primi roghi documentati di sodomiti.
Tale tattica non è del resto ignota al nostro secolo: si pensi a come, durante e dopo l'ultima guerra, si sostenne la tesi secondo cui il nazismo era “intrinsecamente omosessuale”, oppure come, in ambienti di destra, l’omosessualità sia considerata una tipica “deviazione bolscevica”.
Così giù nel fabliau francese Du sot chevalier, che risale proprio ai secoli XIII-XIV, il sodomita viene definito hérite (letteralmente: “eretico”):
Je n'irai mie à cel erite
qui en tele oevre se delite:
miex valdroie estre en croiz tenduz
que je fusse d'omme foutouz.
(“Io non andrò da quell'eretico / che si diletta in tale opera: / preferisco es-sere crocifisso / che fottuto da un uomo”. MONTAIGLON, vol. 1, p. 225).
Per dovere di completezza aggiungerò che BATTAGLIA ritiene che l'identificazione fra le due categorie sia invece avvenuta, più semplicemente, “per l’identità della pena”.
La prima attestazione nella nostra lingua che abbia trovato risale al 1370, ed è riportata in un processo per insulti:

Sozzi bugieroni marci, io sono fuori di presone ad vostro dispecto!
(BONGI, p. 114).

Ecco altri due esempi d'uso:

Fatevi buggeròn, voi che non sête,
e in cul ponete ogni speranza vostra (...)
piangete il tempo che perduto avete (...)
e queste pote [fighe] siansi sempre a noia,
lasciando le morir, crepar di foia.
(MARINO, p. 1).

Giunto al cospetto del Culiseo Romano
così cantava un buggeròn toscano:
“I1 mio genio [gusto] è buggerone,
non inclina al sesso imbelle:
donerìa cento gonnelle
per un lembo di calzone”.
(PARINI, p. 491 )

BUGGERONE è stato, nel corso dei secoli, adattato a vari dialetti italiani : lombardo BOLGIRÒN, veneto BUZERÒN e BUZARÒN, siciliano BUZZARRÙNI ecc. Ha paralleli anche con l'antico tedesco puzeron, e con lo spagnolo bujarrón.

CHECCA

“Omosessuale effeminato”. Deriva da un vezzeggiativo di Fran-cesca tuttora diffuso in molte zone d'Italia (Lazio, Toscana, Lombardia...), di cui esiste anche il maschile Checco.
L'uso di un vezzeggiativo femminile ha ovviamente, quando riferito ad un uomo, un'intenzione offensiva. Esso ha paralleli “canonici” in altre lingue, come per esempio nell'antico inglese Nelly e Mary-Ann, e probabilmente anche nello spagnolo odierno marica (che secondo RODRIGUEZ CASTELO, pp. 332-333, deriva dal nome “Maria”).
Per un parallelo italiano si veda il veneto PEPPIA: “donna lagnosa e noiosa” ed “omosessuale effeminato”, “checca”.
CHECCA è molto usato soprattutto nel Lazio e in Lombardia, ma anche, in misura minore, nel resto d'Italia. Oggi comprende almeno tre significati leggermente diversi. Il primo è quello, già enunciato, di “omosessuale effeminato”, in senso spregiativo. Il secondo è quello di “omosessuale” in genere, ancora in senso spre-giativo. I1 terzo, tipico del gergo gay, indica (ma senza significato spregiativo) un omosessuale, ed è alla base di numerose espressioni composte (tra le più note: CHECCA FATUA, FRACICA, ISTERICA, MANIFESTA, MARCIA, ONNIVORA, PAZZA, PERSA, SFATTA o SFRANTA, STORICA, VELATA) o ancora di termini composti (come CHIERICHECCA: “omosessuale bigotto”).
Ecco alcuni esempi d'uso dei tre diversi significati:

(caso I). Nell’omosessualità come mondo monosessuale il maschilismo viene continuamente alimentato. Le caratteristiche di imitazione femminile della “checca” sono solo parzialmente in contrasto con quanto detto.
(FORTI, p. I 2 7)

(caso 2). Luciano invece è stato sbertulato tutta la sera da questo orrendo, questa orrenda checca. “Marchetta”, lo ha chiamato dall'inizio alla fine, senza carità ne per lui ne per me.
(BELLEZZA, p. 52)

(caso 3). La mitologia classica, la biologia, la Tunisia, i paragoni zoologici, lo fanno anche certi scimmiotti, ah sì, e pare che ci siano anche delle balene checche, ma no, cosa mi dite mai, cher maître, eppure sì sì, me l'assicurano certi balenieri...
(ARBASINO, p. 154)

CUPIO

Dal latino medievale cupa, “botticella”, “recipiente” (che soprav-vive anche nell'italiano semicupio, la tipica vasca da bagno in cui ci si lava solo seduti). È termine dialettale piemontese per “omosessuale”.
La riduzione dell’omosessuale a contenitore” (è facile immaginare di che cosa) ha riscontro in molti dialetti, per esempio nel napoletano VASETTO, nel meridionale LUMINO, nel toscano BUCO e BUCAIOLO, e nell'emiliano BUSONE. Ecco un esempio d'uso:

A scuola, in un primo tempo, i compagni mi deridevano perché portavo i capelli tinti sul rossiccio. (...) Mi davano del cupio e mi sfottevano.
(BALLONE, p. 111)

FINOCCHIO

Forse nessun termine come questo (ad eccezione di FROClO), ha suscitato ipotesi così contrastanti sull'etimologia. Per fortuna è possibile stabilire alcuni punti fermi, che permettono di arrivare ad una spiegazione soddisfacente.
Innanzi tutto: l'uso di FINOCCHIO nel senso di “omosessuale” è recente. Non sono a conoscenza di alcun documento in cui se ne abbia traccia prima del 1863, anno in cui apparve nel dizionario del FANFANI.
L'unica attestazione precedente, riportata dal BATTAGLIA, mi sembra dubbia, perché appare in una composizione poetica in cui l'autore, Meo de' Tolomei, vuole mettere in risalto la stupidità di suo fratello Min Zeppa. Quando Mino entra in chiesa, secondo Meo, è tanto maldestro nel fare il segno della croce da cacciarsi le dita nell'occhio, o così babbeo da salutare Dio dicendo: “Dio vi dia il buon dì, signor Dio”. La conclusione del poeta è quindi “che ben ve sta uma' dicer finocchio” (MARTI, p. 260), cioè: "ormai ti sta bene se ti chiamano finocchio". In questo contesto mi sem-bra che a FINOCCHIO si adatti meglio il significato di “babbeo”, “stupido”, molte volte attestato in altri scrittori antichi.
Del resto nessun vocabolario pubblicato prima del FANFANI registra tale uso della parola, mentre gli antichi scrittori preferiscono usare altri termini derogatori (soprattutto BUGGERONE e BARDASSA) a scapito di questo. Anche negli antichi processi per ingiurie FINOCCHIO è, per quanto mi e dato sapere, assente.
Sulla base di queste considerazioni concluderemo quindi che FINOCCHIO nel senso di “omosessuale” è termine recente, di origine toscana, diffusosi dopo l'Unità nel resto d'Italia (ma più al Nord che al Sud, dove FROCIO e RECCHIONE gli hanno fatto concorrenza), soprattutto grazie a scrittori “rea-listi” toscani (per esempio Prezzolini).
Quanto appena detto dovrebbe essere d'aiuto nel risalire all'etimologia. Le proposte sono molte, ed alcune anche un po' bizzarre: c'è ad esempio chi propone un lambiccato fenor culi (in latino: “vendita del culo”), e chi lo ricollega all'ortaggio omonimo per varie ragioni. Alcuni perché esso “ha il gambo vuoto” (e qui saremmo nel campo di BUCO o CUPIO), altri perché i finocchi detti “maschi” sono più gustosi di quelli detti “femmine”, altri infine (CONSOLI, p. 5), perché “il finocchio è pianta agametica, cioè che si riproduce senza essere impollinata, e quindi non ha bisogno dell’“altro” sesso”.
Ma la proposta di etimologia che ha veramente fatto furore negli ultimi anni è quella che ricollega i finocchi ai roghi medievali. Secondo tale spiegazione, per coprire l'odore di carne bruciata sarebbe stato anticamente costume usare legno di ferula (quello spugnoso prodotto dalle piante di finocchio selvatico), oppure fasci di finocchi buttati nel fuoco. A sostegno di tale tesi si cita il parallelo con l'inglese faggot, che significa tanto “fascina di legna” che “omosessuale".
Come accade spesso nelle questioni intricate, la spiegazione è in realtà piuttosto semplice. Innanzitutto non si è finora riusciti a trovare attestazioni dell'uso di gettare finocchi sui roghi. La consultazione di documenti antichi non mi ha finora permesso di trovarne traccia. Caso mai si saranno usati ginepri, come spinge a pensare il Burchiello:
Lascia i capretti e piglia delle lepri
se non vuoi fare un dì fumo e baldoria
d'odorifera stipa di ginepri.
(LANZA, p. 455)

Anche Matteo Franco gli fa eco:

Al tuo falò s'adoperrà ginepri,
perché tu della puccia segui e' sulci;
lascia i caprecti e piglia delle lepri.
(FRANCO, p. 17)

(Franco ed il Burchiello scrivono tuttavia in “codice”, con un gergo colmo di maliziosi doppi sensi: ad esempio in questi versi i capretti da lasciare sono i ragazzi, mentre le lepri che è opportuno cercare sono le donne).
In secondo luogo resterebbe da spiegare perché, se l'ipotesi che lega FINOCCHIO ai roghi è corretta, le altre categorie di persone in passato condannate alla stessa pena non abbiano ricevuto lo stesso nomignolo, sul modello di quanto accaduto con BUGGERONE (vedi).
Infine va sottolineato che il parallelo con faggot non regge, perché, come ha dimostrato JOHANSSON 1981, faggot nel senso di “omosessuale” nacque in America alla fine del secolo scorso, derivando da un fagot, antico francese e poi inglese, che significava “carico pesante” (e da qui “fascina”) e poi “donna pesante da sopportare”, “donna noiosa”, in parallelo con il già citato PEPPIA nostrano.
L'etimologia più corretta sarà quindi senza dubbio quella che mette in relazione il significato odierno di FINOCCHIO con quello che la parola aveva nel medioevo, e cioè “persona dappoco, infida”, “uomo spregevole”.
n questo senso lo troviamo ad esempio già in un apocrifo dantesco:

E quei, ch'io non credeva esser finocchi, [traditori]
ma veri amici, e prossimi, già sono
venuti contra me con lancie, e stocchi.
E quegli, ch'era appresso a me più buono,
vedendo la rovina darmi addosso,
fu al fuggir più, che gli altri, prono
(SETTE SALMI, p. 49)

A sua volta tale uso traslato della parola deriva probabilmente dall'uso di semi di finocchio per aromatizzare la carne ed “infinocchiare” la salsiccia. Essi ovviamente non avevano alcun valore, sia al paragone con le costosissime spezie che venivano dall'Oriente, sia per il loro costo molto moderato. Si confronti il modo di dire toscano “essere come il finocchio nella salsiccia”, ossia: “non valere nulla”.
Quindi: da “cosa o persona di nessun valore”, la parola finocchio è passata a indicare “uomo spregevole” e poi, in senso più restrittivo, “uomo spregevole in quanto si dà alla sodomia”. (Per un'evoluzione analoga vedi FROCIO).
Data l'enorme diffusione di questo termine oggi, ritengo superfluo dare esempi del suo uso.

FROCIO o FROSCIO

Nonostante gli sforzi fatti, si può ancora definire “oscura” l'etimologia di questa diffusissima parola. Essa ha avuto origine in un àmbito - quello gergale/dialettale (di Roma) - che normalmente non lascia di sé tracce scritte. Ciò rende molto difficile, se non impossibile, verificarne l'evoluzione servendosi di documenti storici.
Le etimologie proposte per FROCIO sono davvero numerose. CONSOLI ne registra addirittura tre: la prima da feroci, epiteto lanciato contro i lanzi-chenecchi che misero a sacco Roma nel 1527 e che nella loro furia stuprarono indistintamente uomini e donne. La seconda fa riferimento ad una non meglio identificata “fontana delle froge” (narici) presso cui anticamente si sarebbero riuniti gli omosessuali romani. La terza infine si richiama a floscio (a sua volta dallo spa-gnolo flojo) con la tipica rotacizzazione del romanesco (in cui altra volta diviene artra vorta, e floscio, froscio), e che indicherebbe sia l’incapacità dei froci ad averlo “tosto” con le donne, sia la loro mollezza.
In generale, l'etimologia più diffusa (proposta da CHIAPPINI, accennata anche nel BATTAGLIA ed accettata da DE MAURO) mette in relazione con FROSCIO/FROCIO i perversi costumi (sessuali e non) dei lanzichenecchi del papa, che fra l'altro sarebbero stati spesso e volentieri ubriachi, ed avevano quindi le “froge” (narici) del naso rosse e gonfie. Da qui l'epiteto di frogioni/frocioni che nella seconda forma è ancora in uso (seppur con il nuovo significato) a Roma.
Ho lasciato in ultimo le due proposte meno diffuse. Entrambe fanno riferimento all'uso antico (vale a dire dell'inizio del secolo scorso) di questa parola, che era (si veda BATTAGLIA sub voce) termine spregiativo per definire i francesi (un po' come oggi si usa crucco per definire ironicamente un tedesco).
Da quel che mi è stato possibile notare, non esistono infatti attestazioni antiche dell'uso odierno di FROCIO: la prima che io conosca risale alle schede che Filippo Chiappini lasciò inedite alla sua morte, avvenuta nel 1905. Si tratta comunque di un uso ancora dichiaratamente dialettale/gergale romano, per di più giudicato recente dallo stesso Chiappini.
La diffusione del termine in Italia è addirittura più recente di quella di FINOCCHIO, ed è avvenuta solo dopo la seconda guerra mondiale grazie soprattutto al cinema ed ai romanzi “neorealisti”.
Escluderei insomma anche in questo caso un largo uso antico della parola nel significato di “omosessuale”: anche qui essa è giunta fino a noi attraverso un progressivo slittamento di significati.
Delle due etimologie che presento in ultimo, la prima suggerisce una derivazione diretta da français, attraverso una storpiatura satirica che su bocca romana ha riprodotto come “fronsce” quello che su bocca francese (quale?) suonava come “fronsé" (l'abbondare nel fonema “sc” sarebbe tipico di chi imita burlescamente la pronuncia francese).
La seconda, rifiutando la tesi dell'evoluzione satirica da français, propone una derivazione dal tedesco frosch (“ranocchio”), che ha un interessante pa-rallelo nell'inglese frog (“ranocchio” e “francese”). Che pure il “livello basso” della lingua possa arricchirsi di prestiti da altri idiomi lo dimostrano innumerevoli esempi, a cominciare dal diffusissimo “brindisi!” (dal tedesco (ich) bring dir's, “bevo alla tua salute”) per finire proprio col già citato crucco, che ci viene addirittura dal serbocroato. Proprio come brindisi! e stato introdotto in italiano dai mercenari svizzeri presenti nel Cinque-Seicento, nulla impedisce che le loro ironie su qualche frosch siano state imitate dagli italiani, pur senza capire il significato originario della parola, proprio come crucco è stato usato senza preoccuparsi dell'etimologia, che aveva a che vedere col “pane” (kruh).
Purtroppo non conosco il tedesco e la sua evoluzione; ciò m'impedisce di verificare quanto di vero può esserci in quest’ultima proposta. Per quel che ne so, potrebbe a sua volta trattarsi (come suggerisce RASSEGNA, p 374) d'una “etimologia popolare” o d'una storpiatura burlesca di qualche nome di popolo, ad esempio Friese, “frisone”, passato a indicare spregiativamente gli stranieri in genere. Ma la prudenza mi impone di fermarmi qui.
Quale che sia l'origine della parola, è comunque possibile seguire buona parte della sua trasformazione successiva. Le prime attestazioni che ho trovato risalgono all'inizio del secolo passato, durante l'occupazione di Roma da parte dei francesi. Contro di loro furono prodotti stornelli, pasquinate e sonetti, come ad esempio quello che dichiara:

Bigna davvero, che 'sti froci matti
che da tutti son detti sanculotti
pensino che de stucco semo fatti
che vonno venì a Roma a fà scialotti.
(DEL CERRO, p. 76)

Che a quell'epoca i “froci” fossero sì francesi, però “normali”, lo rivelano tre versi di uno stornello antifrancese degli stessi anni:
Fiore de pera;
sto frocio che a mia fija fa la mira,
ha voja de cenà l'urtima sera.
(DEL CERRO, p. 79)

Come si noterà, qui ad essere presa di mira e la fija (e non il fijo) dello stornellatore.
Dopo solo un quarto di secolo ritroviamo questa parola con un significato più largo, che comprende indistintamente tutti gli stranieri (“svizzeri” del Papa inclusi, ovviamente; e forse fu proprio la presenza di questo visibilissimo contingente di lingua tedesca a dare a frocio il significato antonomastico di tedesco, che è quello conosciuto da CHIAPPINI). In una pasquinata, scritta durante il conclave del 1823 contro il cardinale bavarese Höfflin, si legge infatti:

Non ve fidate tanto de sti froci:
so de fà bene ar prossimo incapaci:
so a pagà tardi, ed a piglià veloci
(RASSEGNA, p. 374)

Va incidentalmente aggiunto che non sarebbe senza importanza lo stabilire se più antiche attestazioni di questa parola (se esistono) usano frocio nel significato generico di “straniero”, oppure nel significato particolare di “francese” o di “tedesco”. Riuscire a verificare simile priorità aiuterebbe a privilegiare una delle etimologie proposte piuttosto che l'altra.
Ad ogni modo è certo che verso la metà del secolo scorso “frocio” veniva usato genericamente contro tutti gli stranieri. E siccome il è quello che è, non tardò a manifestarsi un ulteriore allargamento di significato. Dopo l'attestazione appena riportata, FROCIO entrò infatti nella crisalide del gergo della malavita, dove fu ulteriormente rielaborato. Non ho ovviamente trovato testimonianze relative a questa evoluzione sotterranea, ma è facile intuire che durante questa fase FROCIO assunse dapprima il significato di “uomo spregevole” in genere (spregevole come uno straniero, evidentemente), e poi (abbiamo già visto questa evoluzione in FINOCCHIO), l'uomo spregevole per eccellenza: l'omosessuale passivo.
Nel 1910 uscì dal bozzolo con quest’ultimo significato: MIRABELLA registra nel gergo dei criminali questo termine (oscillando tra la grafia frocio e quella froscio) e lo glossa come “effeminato”.
Da qui al significato odierno il passo è ormai brevissimo, e l'attuale enorme diffusione della parola credo mi esenti dal presentarne esempi d'uso.

GARRUSU
(e le varianti ARRUSU, IARRUSU, JARRUSU)

Termine siciliano che indica l'omosessuale passivo. Sembra che una volta di più ci troviamo di fronte all'equiparazione fra il giovane e l'omosessuale passivo (cfr. BARDASSA).
L'etimologia, proposta da PELLEGRINI, fa infatti riferimento all'arabo (c)arùs, “fidanzata”, “giovane”, e potrebbe essere la stessa del controverso carusu, “ragazzo”.
Del resto, secondo CONSOLI, il termine indica a Messina (proprio come BARDASSA in italiano) anche un ragazzo fin troppo vivace, un monellaccio.
Un'attestazione di tale parola troviamo già in una legge del XIV secolo:

Hai iniuriato ad alcuna fimina bagaxa, o i garzuni karrusu scassatu...
(PELLEGRINI, vol. 1, p. 211).

INVERTITO

Questo è un termine per cosi dire “artificiale”, quello che i linguisti chiamano un “calco”, nato nel 1878 per iniziativa di Arrigo Tamassìa, che cercava un corrispondente adeguato del tedesco Conträrsexuale (tradotto poco elegantemente da qualcuno come sessual-contrario o contrarsessuale). Gli scienziati della fine dello scorso secolo - e Tamassia con loro - ritenevano infatti che l’omosessualità fosse una condizione in cui nell'organismo di un determinato sesso si osserva un atteggiamento tipico dell'altro sesso, ovvero, per l'appunto, invertito.
Oggi le persone che Tamassia descrive nel saggio in cui conia la parola INVERTITO sarebbero classificate come “transessuali”, ma all'epoca si riteneva che costoro fossero i più rappresentativi esempi (o esemplari...) della “categoria” dei “diversi”.
Questo neologismo ebbe un tale successo che non solo sopravvive ancor oggi, seppure come termine ingiurioso o comunque sprezzante, ma è stato ripreso da altre lingue (per esempio nell'inglese invert, francese inverti, ecc.).
Vedi anche TAMASSIA.

OMOSESSUALE

Forse molti di quelli che oggi vorrebbero abolire questa parola non ci crederanno, ma essa era nata originariamente come eufemismo. Fu infatti coniata nel 1869 da un militante tedesco di origine ungherese, Karol Maria Benkert (o Kertbeny), (che era “dottore” perché era laureato, e non perché fosse un medico, come si legge spesso!).
Benkert creò Homosexuel da una non troppo elegante mescolanza greco-latina di òmoios = “affine”, “analogo” e sexualis (“che ha a che vedere col sesso”) per indicare una persona che pur essendo in tutto uguale alle altre, sperimenta un'attrazione per individui del suo stesso sesso.
In questo neologismo, apparso in un pamphlet che chiedeva l'abolizione delle leggi antiomosessuali prussiane, e nella sua voluta “asetticità” (che l'ha fatto ritenere da molti erroneamente un termine d'origine medico-psichiatrica) c'è un'intenzione polemica nei confronti del quasi coevo URNINGO/ URANISTA (vedi), che invece sottendeva un intrinseca “differenza” di chi amava persone del suo stesso sesso, anche nel senso di una certa qual effeminatezza. Benkert al look virile ci teneva, e non poteva quindi che contrapporre un “suo” neologismo a quello di Ulrichs.
I due termini si fecero, all'inizio, concorrenza, e fino alla fine del secolo scorso sembrò che URNINGO/URANISTA l’avesse vinta. Ma verso il 1890 OMOSESSUALE iniziò ad apparire in pubblicazioni scientifiche per “merito” di medici e psichiatri (soprattutto di Krafft-Ebing) che avevano direttamente o - più spesso - indirettamente letto le tesi di Benkert.
Furono però i grandi scandali d'inizio secolo (Wilde, Krupp, Molthe-Eulemburg) a renderlo noto alla popolazione generale come termine nuovo e “discreto”, adatto anche ai giornalisti...
Dalla letteratura scientifica lo prese poi la psicoanalisi, che rifiutava a priori l'idea di una “causa organica” dell’omosessualità, come quella sottintesa in URNINGO. Con il trionfo della psicoanalisi sùbito dopo la seconda guerra mondiale, URNINGO fu anzi completamente spazzato via.
In Italia OMOSESSUALE apparve1894, ripreso direttamente dal tede-sco (e non tramite il francese, come ipotizza il BATTAGLIA) in un manuale di psichiatria di ENRICO MORSELLI, che scriveva: “Sono una sopravvivenza od un ritorno dell’immoralità primitiva tutte le forme più o meno mostruose di relazione carnale fra individui omosessuali” (MORSELLI, p. 681). Nel 1896 riapparve nella traduzione di un saggio di HANS KURELLA.
Per ulteriori informazioni su questo termine e sulla personalità del suo creatore, non si può non fare riferimento agli splendidi saggi che sull'argomento hanno scritto JEAN-CLAUDE FÉRAY e MANFRED HERZER.

RECCHIONE o RICCHIONE

Con questa parola rieccoci nel campo delle ipotesi, con solo pochi elementi certi. Fortunatamente alcune ipotesi di CORTELAZZO hanno fornito elementi di discussione di un certo rilievo.
Ciò che sappiamo per certo è che RICCHIONE è termine d'origine meridionale diffuso poi anche al Nord, con ogni probabilità per tramite del gergo della malavita, con forme come il veneto RECIÒN, ed il lombardo OREGGIA (leggi: "urègia") ed OREGGIATT (leggi: "uregiàtt"). Oggi è anche italianizzato in ORECCHIONE (termine presente nel BATTAGLIA).
Nella sua spiegazione CORTELAZZO ne propone la derivazione o da un riferimento alla lepre, o da un ipotetico termine *hirculone.
Nel primo caso si sarebbe alluso alla proverbiale lussuria dell'animale dalle lunghe orecchie, appunto, ed alla circostanza, riferita dai bestiarii dei primi secoli del cristianesimo, che la lepre cambierebbe sesso a volontà, simboleggiando cosi l'amore contro natura.
Nel secondo caso si fa invece riferimento (a mio parere, più credibilmente) alla fama di lussuria dell’hircus, cioè del caprone, attraverso il già citato termine *hirculone. BATTAGLIA (sub voce) accetta questa proposta etimologica, chiosando che *hirculone sarebbe stato usato "col valore di "immondo" e, quindi di "pederasta" (sic) per le abitudini perverse dell'irco".
Esaminiamo allora queste due proposte, che sono ormai le più accreditate.
La prima spiegazione non è molto convincete: risalire fino all’antichità classica o ai bestiarii è infatti eccessivo in un campo, come quello degli insulti antiomosessuali, in cui nessun termine dialettale rivela mai più d'un secolo o due di vita. Il meccanismo dell'eufemismo infatti "logora" dopo qualche tempo le parole più usate, spingendo a sostituirle con altre, nuove (si veda il caso di BUGGERARE, che oggi è termine che può usare anche un'educanda).
Inoltre quella in esame non è certo, notoriamente, parola di origine dotta, mentre l'interesse per la “bisessualità” della lepre è dotto e per lo più limitato al cristianesimo dei primi secoli, nel quale essa veniva interpretata simbolicamente per spiegare la proibizione biblica di mangiare carne di lepre.
D'altro canto la spiegazione del BATTAGLIA non spiega nulla (anzi ha l'aria di essere una spiegazione tratta dalla parola che si vuole spiegare). Infatti non riesco a capire perché il caprone, essendo lussurioso, dovrebbe essere automaticamente sodomita. Può darsi che in passato l’eccesso di lussuria venisse automaticamente collegato alla pratica della sodomia, ma ciò va dimostrato, e non semplicemente ipotizzato.
Al contrario nella mentalità maschilista, e nel linguaggio popolare che ne è la fedele espressione, essere un "montone", così come l'essere uno "stallone", è per un uomo un complimento, non certo un insulto. In effetti elementi di questo tipo andrebbero tenuti in considerazione, quando si valuta la plausibilità di una spiegazione etimologica.
A mio parere è quindi riuscito a far centro chi ha fatto notare l'esistenza in Calabria di un verbo "arricchià", che viene derivato da un verbo *ad-hircare, "andare verso, desiderare l'irco", cioè il caprone.
Questo verbo si applica alla capra in calore che brama il caprone. E se la capra che "arricchia" desidera con bramosia il maschio, di conseguenza un uomo "arricchione"... ci siamo capiti.
Il suffisso -one è ben noto ed è presente in termini derogativi come "mangione", "beone", "pappone", nei quali il rapporto fra "mangiare" e "mangione", "pappare" e "pappone" è identico a quello che c'è fra "arricchiare" e "arricchione".
Dunque l'arricchione non è un "uomo sozzo come un caprone", bensì un "uomo che brama farsi montare da un maschio". Una volta tanto la spiegazione etimologica è quindi perfettamente calzante. Cade quindi del tutto il valore di ipotesi come quella di BALLONE, che faceva derivare il termine in questione dal soprannome di orejones, dato nel Cinquecento dagli spagnoli ai dignitari Incas dalle orecchie artificialmente allungate, accusati dai cristiani di vizi contro natura.
Da quanto detto fin qui emerge che il collegamento fra "ricchione" e "orecchia" è quello di paraetimologia, cioè quello di una spiegazione data usando un'altra parola che ha un suono simile (aricchia o arricchia) anche quando non c'entra nulla col significato originario del termine che si pretende di spiegare (ad esempio è una paraetimologia "uomosessuale", che spiega il greco òmoios, "affine" con "uomo").

Corretto o no che fosse tale collegamento in origine, resta il fatto che toccarsi il lobo dell'orecchio è in Italia per antonomasia il gesto che allude all'omosessualità (un gesto che da solo basta: "Lo sai? Tizio è..." - e ci si tocca il lobo, senza neppure nominare la parola). In altre parole, oggi "ricchione" e "orecchia" sono strettamente collegati, a dispetto delle loro origini.
Così è nel napoletano ORECCHIO IMPOLVERATO, eufemismo per “omosessuale”. Esso si ricollega all'espressione: chillo tene a povve 'n copp'e rrecchie, “quello ha la polvere sulle orecchie” (basta spolverarsi un orecchio con la mano per capire l'origine di questo modo di dire...).
Una parentela con il gesto discusso la denuncia anche il pugliese “QUELLO SUONA LA CAMPANA” per “quello è omosessuale” (dove la campana è il lobo dell'orecchio e suona sta per “fa suonare”). Come si vede, il gesto fin qui discusso ha forza propulsiva sufficiente a dar vita a nuove creazioni linguistiche.
Ciò detto, è doveroso aggiungere che il gesto potrebbe avere un'origine ed una storia indipendente ed autonoma dalla parola, derivando magari, come propone Morris citato da CORTELLAZZO, da un'allusione ad una presunta preferenza per il vestiario femminile - nello specifico gli orecchini - da parte degli omosessuali. Il gesto di carezzarsi le orecchie per alludere all'omosessualità è infatti attestato ben tre secoli prima della parola RECCHIONE. In un'elegia latina pubblicata nel 1489 Pacifico Massimo d'Ascoli si lamenta dei suoi concittadini che lo credono un sodomita e si fanno beffe di lui. Nel prendersela coi maligni egli così recrimina:
digito notatis [me], et aures vellitis, et male me creditis esse marem. (MASSIMO, p. I62).
Vale a dire: “[quando io passo] mi segnate a dito, vi sfiorate le orecchie e mi credete un maschio incompleto”.
Al contrario la prima attestazione di RICCHIONE che posso presentare risale appena al 1897, ed è esplicitamente la citazione di un termine gergale della malavita napoletana:

Accanto ai martiri della lussuria troviamo i pederasti di professione, distinti della mala-vita coi nomignoli di femminelle, ricchioni o vasetti.
(DE BLASIO, p. 153)

CORTELAZZO specifica addirittura che il gesto che stiamo discutendo è diffuso pure in Grecia ed ex-Iugoslavia con lo stesso significato: ebbene, è assai difficile che da una parola italiana (o di un dialetto italiano) si possa arrivare ad un gesto usato in Iugoslavia e Grecia, dove i termini per denominare le orecchie son così diversi dai nostri.
L'estensione geografica e temporale del gesto di toccarsi il lobo è quindi tale da far sospettare che gli strumenti della linguistica potrebbero essere da soli insufficienti a risolvere l'enigma (delle origini del gesto). Per risolverlo potrebbero rivelarsi più adatti gli strumenti dell'etnologia e dell'etnolinguistica.
Ma qui usciamo dal campo del presente saggio: fermiamoci perciò qui.

URNINGO

Prestito dal tedesco Urning, coniato nel 1864 dal militante omosessuale Karl Heinrich Ulrichs che lo prese dal nome di Afrodite Urania, cioè nata dal dio Urano, indicata nel Simposio di Platone come la dea che protegge gli amori omosessuali.
In italiano ha dato vita anche alle varianti URANITA e URANISTA (quest’ultima più usata di URNINGO), mentre l’orribile corrispettivo femminile, URNINGINA, non ha mai attecchito nella nostra lingua.
Ho già detto parlando di OMOSESSUALE le ragioni per cui URNINGO dovette a un certo punto cedere il passo a quello che, all'epoca, era solo un suo sinonimo meno fortunato. Indubbiamente l’insuccesso di URNINGO e termini con-nessi fu dovuto in buona parte alla sconfitta della tesi di Ulrichs, secondo cui gli omosessuali costituiscono un vero e proprio sesso a sé, con caratteri-stiche distinte da quelle delle persone “normali” (una tesi molto progressista per quell'epoca, come ho cercato di mostrare in: DALL'ORTO).
Tuttavia in parte la sconfitta della proposta di Ulrichs fu dovuta anche alla sua generosa ansia catalogatrice che, per paura che qualche tipo di omosessuale fosse dimenticato (e quindi privato del “diritto di cittadinanza” che egli chiedeva) lo portò ad una macchinosissima costruzione che affastellava l'urningo e l'urningina, contrapposti al dioningo e alla dioningina, nonché all'uraniastro e all'urningo-dioningo. A tale cacofonico labirinto venne contrapposta la più comoda e simmetrica costruzione di omo-/etero-/bi-sessuale, linguisticamente molto più agile, e quindi alla lunga preferita.
Su questo concetto e terminologia, si vedano oltre ai saggi di HERZER e DALL’ORTO già citati, l’importante contributo di KENNEDY.
Ecco un esempio d'uso del termine:

A Parigi non vi sono locali destinati esclusivamente agli urningi, o almeno vi sono sostituiti da certi stabilimenti da bagni quasi esclusivamente per omosessuali di venti e più anni.
(BLOCH, p. 409).

Giovanni Dall'Orto


Post scriptum

I miei ringraziamenti a Wayne Dynes per l'aiuto ed i suggerimenti che mi ha sempre fornito nel corso delle mie ricerche linguistiche.
I lettori che vorranno contattarmi per segnalarmi nuove attestazioni o proposte di etimologia per i termini qui esaminati, o per discutere dei termini gergali o dialettali di cui sono a conoscenza, mi faranno cosa gradita.



L'Archivio di Storia Gay e Lesbica è a cura di Giovanni Dall'Orto

Tutti gli articoli qui pubblicati appaiono per gentile concessione degli autori.
© dei singoli autori e di MondoQueer.