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La Repubblica
21 dicembre 1999

IL RITORNO DI UN CLASSICO
Macchiavelli forse omosex

Politici ascoltate la sua lezione

Ben due edizioni critiche dei suoi scritti più importanti sono state recentemente pubblicate Un saggio di Mario Martelli indaga inoltre sui gusti sessuali del Segretario fiorentino L'attualissima riflessione sull'uomo nelle parole del "Principe"

di Lucio Villari

Non poteva che terminare così, con la penetrazione totale nel testo del Principe, anzi, con una acuta "critica del testo", questo anno machiavelliano che ha visto ripubblicati in due accurate e preziose edizioni (Einaudi- Gallimard e Utet) l'opera maggiore del Segretario fiorentino e altri suoi scritti altrettanto importanti. Ma oltre al costante rapporto scientifico con i classici, forse non è senza qualche ragione contingente questo ritorno alla lettura di Machiavelli; i "machiavellismi" di bassa lega sono ormai alla portata di tutti e sarebbe bene rialzare il tiro, ma non risulta che gli uomini di Stato del nostro tempo si preoccupino, come talvolta accadeva, in un passato non tanto lontano, di consultare il Principe, i Discorsi o le Istorie fiorentine per trovarvi ispirazione del buongoverno o l'indicazione di pericoli da evitare. Probabilmente non divertono più nemmeno la deliziosa e impertinente Mandragola e le splendide lettere. Ma di una lettera vorrei citare un passaggio del quale proprio i politici e quanti comunicano l'immagine della politica potrebbero tener conto. È una pungente osservazione sul comportamento degli uomini: "Fra molte cose che dimostrono l'homo quale e' sia, non è di poco momento el vedere o come egli è facile a credere quel che gli è detto, o cauto ad fingere quello che vuole persuadere ad altri". È una riflessione autunnale sul finire di un secolo (era l' ottobre 1499), con una piccola incrinatura di pessimismo che può, cinquecento anni dopo, segnare anche noi, nell'autunno di un'altra fine secolo. Ma è fin troppo noto che il pessimismo di Machiavelli sull'"homo quale egli è", è solo un segmento dell'architettura delle sue opere, della sua attività diplomatica e di governo; traspare di meno nella sua vita privata dove le amarezze e le delusioni non hanno mai turbato veramente il suo essere "comico" e la ricerca dei piaceri della vita, a cominciare da quelli del sesso che, come si sa, per Machiavelli furono primari. Su questi piaceri si è anche tornati per la penna di uno dei maggiori studiosi di Machiavelli, Mario Martelli, in un saggio pubblicato sull'ultimo numero della rivista Interpres: Machiavelli politico amante poeta. Martelli ha documentato il ventaglio delle emozioni sessuali del Segretario fiorentino, da quelle, intense, per le donne ad altre, non meno forti, per graziosi adolescenti (come d'altronde era usuale a quel tempo). Molti amici e corrispondenti di Machiavelli erano omosessuali e, come appare da una famosa lettera a Francesco Vettori del 3 agosto 1514 (mentre Machiavelli lavorava al Principe), è più che probabile che anch'egli sia stato sedotto da percorsi alternativi. Martelli trae spunto da un passo di questa lettera per ricostruire un interessante clima di relazioni umane, di attitudini intellettuali, di gusti particolari; sono fondali rinascimentali del tempo interno e sociale di Machiavelli. Il passo è questo: "Et non crediate che Amore a pigliarmi abbia usato modi ordinarii, perché, conoscendo non li sarebbono bastati, tenne vie extraordinarie, dalle quali io non seppi, et non volsi guardarmi. Bastivi che, già vicino ai cinquanta anni, (...) ogni cosa mi pare piano, et a ogni appetito, etiam diverso et contrario a quello che dovrebbe essere il mio, mi accomodo". Ma, in margine al libertinismo di Machiavelli, va anche sottolineato il tocco allegro e autoironico della sua sessualità. Sempre a Vettori, qualche mese prima, uno spiritoso rimprovero: l'amico attraversava un momento di tristezza e di castità nella sua casa romana: "Ambasciadore, voi ammalerete; e' non mi pare che vi pigliate spasso alcuno; qui non ci è garzone, qui non sono femmine; che casa di cazzo è questa?". È anche questo il fascino indistruttibile di Machiavelli, nella disarmonia tra la rigorosa ricerca teorica, il lavoro politico e diplomatico, le legazioni, le commissarie, l'attività di alto funzionario del governo fiorentino, e la irriverente qualità, l'immediatezza dei suoi rapporti umani. Disarmonia apparente, come è ovvio, ma alla quale Machiavelli teneva perché anche su di essa verificava uno stile intellettuale e una precisa tendenza ideologica più che mai disarmonica per questi tempi, la scelta repubblicana. Per non dire che nella costante, quotidiana riflessione politica e storica queste dissonanze rendevano inevitabili anche errori, contraddizioni, approssimazioni. Non ne fu immune il Principe, opera di laboratorio dove la novità della perfezione teorica si è accompagnata a imperfezioni formali. Che ci sono e necessariamente in una ricerca durata anni, i cui primi risultati fuorno comunicati all' amico Vettori nella famosa lettera del 10 dicembre 1513. Per la prima volta accenna a un "opuscolo De principatibus". Come si sa, dopo l'annuncio del 1513, Machiavelli lavorò per anni sul testo, spostando concetti, cambiando parole, calibrando in modi diversi giudizi. In definitiva l'opera vide la luce cinque anni dopo la sua morte, nel 1532. Dall'autografo a un testo compiuto originario (che i filologi chiamano l'archetipo), all'edizione del 1532, il cammino fu lungo e accidentato. Ne dà ampio conto, appunto, come dicevo all'inizio, una complessa indagine filologica di cui è autore sempre Mario Martelli (Saggio sul Principe, Salerno editrice, lire 36.000, pagg. 299). L'avvio della ricerca di Martelli è nella certezza della "scarsissima cura che Machiavelli ebbe dell' aspetto formale del Principe e (della) improbabilità che egli procedesse a una qualche sistematica revisione dell'opuscolo". In sostanza, il testo del Principe ha avuto, a cominciare dall' archetipo, una serie di passaggi e "una tradizione quanto mai intricata e in pratica non razionalizzabile". Su questo dato di fatto si confrontano da tempo molti studiosi di Machiavelli, e lo stesso ampio saggio di Martelli è l'esito di un accurato lavoro filologico credo trentennale. Ma bisogna risalire anche più indietro: ne sono stati coinvolti italianisti, storici (da Pasquale Villari a Chabod a Meinecke; quest'ultimo si occupò del Principe nel 1923, l'anno forse più drammatico della repubblica di Weimar), filosofi. Il lavoro di Martelli si svolge lungo una precisa linea di indagine che parte dall'"accertamento della natura di minuta, di norma non, se non sommariamente, corretta, che l'autografo del trattato aveva quando ne fu desunto l'archetipo", per giungere alla "certezza che il trattato uscì, nella veste in cui lo leggiamo, da casa Machiavelli una sola volta - verosimilmente senza che l'autore desse un qualche consenso alla sua diffusione". Di qui una redazione risultante da successive stratificazioni sovrappostesi nel tempo e non perfettamente armonizzate insieme. Il carattere specialistico dell'indagine filologica di Martelli non ci permette di seguirne lo svolgimento. Ma è di grande suggestione pensare che il millennio che fu di Machiavelli si chiuda riproponendo ancora la ricchezza e i misteri di un'opera che non rischia l'oblio.


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